martedì 21 agosto 2012

Il monte Pancia


...(Andrea)....Alla fine si parte davvero. Siamo in quattro come per una partita a ramino.
Sono almeno tre anni che Ema e io cerchiamo di fare un'escursione sulle vicinissime Alpi Apuane lontane anni luce dagli ombrelloni versiliesi. Manolo fresco di colazione abbondante alle 8:00 si presenta determinatissimo con la bici (usata ma tenuta bene). Giacomo Manetti, raggiante come non mai, arriva con un comprensibile ritardo di mezz'ora col suo scuterone dall'Argentario sponda Firenze; e mentre Ema ci spiega che Anto non può venire per via di un problemino gemellare alle elettrovalvole, Simo e io carichiamo in bauliera i bacchetti allevia fatiche.
Si parte e la Juke morde i tornanti fino ai 1140 del Passo di Croce. Emanuele dice che le vecchie cartine sono obsolete, mentre il gps è il futuro, io gli rispondo che preferisco sempre la poesia della carta.  E' da qui che parte l'avventura per il Monte Corchia. (Per intenderci è quello che visto dalla costa somiglia al Libro Aperto con in mezzo la neve anche d'agosto...forse è marmo?) 
Camminiamo in uno scenario dolomitico, siamo sull'Appennino ma si chiamano Alpi con vista mare!
In mezzo a questa accecante confusione (e Ema  che mangia una mela e barrette energetiche) perdiamo traccia del sentiero 129 CAI e ci ritroviamo dentro una cava di marmo abbandonata. Il sentiero finisce lì. Tiro fuori la cartina e capisco che siamo in un vicolo cieco.Tra le perplessità, Manu non si abbatte e cerca la via per scavalcare le pareti di marmo, in fondo il crinale è là sopra!
Come un setter in cerca di fagiani trova una sentiero che non è segnalato su nessuna cartina. Ci sentiamo dei veri pionieri! Un'omino che scende nella nostra direzione ci fa sentire salvi. Arrivati in cima al crinale c'è una rete metallica che da sul versante mare. Sotto i nostri piedi al di là della recinzione ammiriamo uno strapiombo di 100 MT di marmo bianchissimo (allora non era neve!) 
La vetta è vicina e i quattro giocatori di ramino ci arrivano da quattro strade diverse. Siamo sulla cima del monte Corchia. La croce piantata sui 1677 è imbrattata da una scritta sulla topa.
Davanti spiagge con ombrelloni monotoni da Portovenere a Massaciuccoli, dietro guglie Apuane e cime Appenniniche fino al Cimone. 
La goduria è ai livelli di quando Anto riesce ad aggiustare una coppia di elettrovalvole!
Sotto le nostre fermissime suole 60 Km di erosioni carsiche, tunnel, cunicoli e gallerie ancora inesplorati, "l'Antro del Corchia". 
Il monte ha una pancia. Anche lo stomaco di Ema brontola da quando siam partiti (secondo me ha il baco della tenia).
Quindi foto di rito e via verso il rifugio del Freo per il pranzo.
….(ema).. la discesa dalla cima del monte Corchia ha il profumo di qualcosa di epico, si respira nell'aria un sapore come di sfida alla natura, ai nostri limiti, alle ginocchia del Pacio. Io Andrea Giacomo e Simo che scendiamo dal crinale ha di per sé il sapore dei tempi che furono, e già questa immagine da cartolina mi ispira aria di post da pubblicare sul blog; cammino e inizio a pensarci. Il sentiero è veramente scosceso e impervio, il fondo franoso e friabile, livello di rischio alto; io e il manetti e Glassman acceleriamo, Simo comincia a rimanere notevolmente addietro. Guardo il Glassman che scende giù come una capra di montagna con un equilibrio da invidiare, ci penso e ci ripenso e arrivo a tale elucubrazione: glassman che scende da un sentiero impervio, il blog, Glassman, il sentiero, le ginocchia.... OK ci sono, il Glassman deve per forza battere una culata e spaccarsi qualche ossicino, e io ci scriverò un post da urlo. Comincio ad accelerare il passo sperando che Glassman cada nella trappola, mi segua e inciampoli, ma niente da fare; lo sorpasso e mi faccio sorpassare per poi risorpassarlo nei punti più impervi, ma niente. Creo delle piccole frane che possano farlo scivolare, ma niente. Metto il piede in punti pericolosi per vedere se facendo lui lo stesso magari cada, niente. Gli punto riflessi di sole con l'orologio negli occhi, niente. Gli sparo una flatulenza in faccia, niente, non cade. Allora comincio a fissare le ginocchia del Glassman, mi immedesimo con i suoi legamenti, parlo con i suoi menischi, cerco di corromperli, recito macumbe, cerco di sintonizzarmi su flussi magnetici che lo pervadono, dialogo con gaia, inganno madre natura, faccio stregonerie, faccio confluire energie roba da piegare cucchiaini di metallo, niente. Mi sto per scoraggiare quando: Ahhhiiiiiii, ahhhhiiiii, ahhhhiiii.... cribbio, il Glassman è ancora in piedei, cosa è successo. Cazzarola, è Simone. Risaliamo indietro e lo troviamo steso a terra con una caviglia slogata. Boia, ho sbagliato qualcosa, mi sono concentrato male e ho steso il Pacini sbagliato. Mi sento enormemente in colpa, provo a fasciare la cavigliona di Simo con un fazzoletto moccicoso, ma questa è enormemente grossa. Ormai è andata, con enormi sforzi arriviamo al rifugio, prestiamo i primi soccorsi a Simo che è irascibile come un istrice teoricamente protetto ma che inesorabilmente finisce nei ragù dei circolini di montagna. Insomma, alla fine rientriamo a casa. Simo distribuirà democraticamente le colpe un po' a tutti: non lo abbiamo aspettato, non gli avevamo detto di portarsi gli scarponcino, avevamo fame e pensavamo solo a mangiare e correvamo come dei pazzi, lo abbiamo soccorso in ritardo, abbiamo sbagliato sentiero. Io taccio e mi prendo la mia parte di colpe; ma taccio, perchè intimamente so che le mia macumbe hanno sortito il loro effetto, ho sbagliato Pacini, ma questo è un particolare che sappiamo solo noi.  

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