...(Andrea)....Alla fine si parte
davvero. Siamo in quattro come per una partita a ramino.
Sono almeno tre anni che Ema e io
cerchiamo di fare un'escursione sulle vicinissime Alpi Apuane lontane
anni luce dagli ombrelloni versiliesi. Manolo fresco di colazione
abbondante alle 8:00 si presenta determinatissimo con la bici (usata
ma tenuta bene). Giacomo Manetti, raggiante come non mai, arriva con
un comprensibile ritardo di mezz'ora col suo scuterone
dall'Argentario sponda Firenze; e mentre Ema ci spiega che Anto non
può venire per via di un problemino gemellare alle elettrovalvole,
Simo e io carichiamo in bauliera i bacchetti allevia fatiche.
Si parte e la Juke morde i tornanti
fino ai 1140 del Passo di Croce. Emanuele dice che le vecchie cartine
sono obsolete, mentre il gps è il futuro, io gli rispondo che
preferisco sempre la poesia della carta. E' da qui che parte
l'avventura per il Monte Corchia. (Per intenderci è quello che visto
dalla costa somiglia al Libro Aperto con in mezzo la neve anche
d'agosto...forse è marmo?)
Camminiamo in uno scenario dolomitico,
siamo sull'Appennino ma si chiamano Alpi con vista mare!
In mezzo a questa accecante confusione
(e Ema che mangia una mela e barrette energetiche) perdiamo
traccia del sentiero 129 CAI e ci ritroviamo dentro una cava di marmo
abbandonata. Il sentiero finisce lì. Tiro fuori la cartina e capisco
che siamo in un vicolo cieco.Tra le perplessità, Manu non si abbatte
e cerca la via per scavalcare le pareti di marmo, in fondo il crinale
è là sopra!
Come un setter in cerca di fagiani
trova una sentiero che non è segnalato su nessuna cartina. Ci
sentiamo dei veri pionieri! Un'omino che scende nella nostra
direzione ci fa sentire salvi. Arrivati in cima al crinale c'è una
rete metallica che da sul versante mare. Sotto i nostri piedi al di
là della recinzione ammiriamo uno strapiombo di 100 MT di marmo
bianchissimo (allora non era neve!)
La vetta è vicina e i quattro
giocatori di ramino ci arrivano da quattro strade diverse. Siamo
sulla cima del monte Corchia. La croce piantata sui 1677 è
imbrattata da una scritta sulla topa.
Davanti spiagge con ombrelloni monotoni
da Portovenere a Massaciuccoli, dietro guglie Apuane e cime
Appenniniche fino al Cimone.
La goduria è ai livelli di quando Anto
riesce ad aggiustare una coppia di elettrovalvole!
Sotto le nostre fermissime suole 60 Km
di erosioni carsiche, tunnel, cunicoli e gallerie ancora inesplorati,
"l'Antro del Corchia".
Il monte ha una pancia. Anche lo
stomaco di Ema brontola da quando siam partiti (secondo me ha il baco
della tenia).
Quindi foto di rito e via verso il
rifugio del Freo per il pranzo.
….(ema).. la discesa dalla cima del
monte Corchia ha il profumo di qualcosa di epico, si respira
nell'aria un sapore come di sfida alla natura, ai nostri limiti, alle
ginocchia del Pacio. Io Andrea Giacomo e Simo che scendiamo dal
crinale ha di per sé il sapore dei tempi che furono, e già questa
immagine da cartolina mi ispira aria di post da pubblicare sul blog;
cammino e inizio a pensarci. Il sentiero è veramente scosceso e
impervio, il fondo franoso e friabile, livello di rischio alto; io e
il manetti e Glassman acceleriamo, Simo comincia a rimanere
notevolmente addietro. Guardo il Glassman che scende giù come una
capra di montagna con un equilibrio da invidiare, ci penso e ci
ripenso e arrivo a tale elucubrazione: glassman che scende da un
sentiero impervio, il blog, Glassman, il sentiero, le ginocchia....
OK ci sono, il Glassman deve per forza battere una culata e spaccarsi
qualche ossicino, e io ci scriverò un post da urlo. Comincio ad
accelerare il passo sperando che Glassman cada nella trappola, mi
segua e inciampoli, ma niente da fare; lo sorpasso e mi faccio
sorpassare per poi risorpassarlo nei punti più impervi, ma niente.
Creo delle piccole frane che possano farlo scivolare, ma niente.
Metto il piede in punti pericolosi per vedere se facendo lui lo
stesso magari cada, niente. Gli punto riflessi di sole con l'orologio
negli occhi, niente. Gli sparo una flatulenza in faccia, niente, non
cade. Allora comincio a fissare le ginocchia del Glassman, mi
immedesimo con i suoi legamenti, parlo con i suoi menischi, cerco di
corromperli, recito macumbe, cerco di sintonizzarmi su flussi
magnetici che lo pervadono, dialogo con gaia, inganno madre natura,
faccio stregonerie, faccio confluire energie roba da piegare
cucchiaini di metallo, niente. Mi sto per scoraggiare quando:
Ahhhiiiiiii, ahhhhiiiii, ahhhhiiii.... cribbio, il Glassman è ancora
in piedei, cosa è successo. Cazzarola, è Simone. Risaliamo indietro
e lo troviamo steso a terra con una caviglia slogata. Boia, ho
sbagliato qualcosa, mi sono concentrato male e ho steso il Pacini
sbagliato. Mi sento enormemente in colpa, provo a fasciare la
cavigliona di Simo con un fazzoletto moccicoso, ma questa è
enormemente grossa. Ormai è andata, con enormi sforzi arriviamo al
rifugio, prestiamo i primi soccorsi a Simo che è irascibile come un
istrice teoricamente protetto ma che inesorabilmente finisce nei ragù
dei circolini di montagna. Insomma, alla fine rientriamo a casa. Simo
distribuirà democraticamente le colpe un po' a tutti: non lo abbiamo
aspettato, non gli avevamo detto di portarsi gli scarponcino, avevamo
fame e pensavamo solo a mangiare e correvamo come dei pazzi, lo
abbiamo soccorso in ritardo, abbiamo sbagliato sentiero. Io taccio e
mi prendo la mia parte di colpe; ma taccio, perchè intimamente so
che le mia macumbe hanno sortito il loro effetto, ho sbagliato
Pacini, ma questo è un particolare che sappiamo solo noi.

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