Il
richiamo di una poiana, grotte scavate dal vento, monti a forma di
uncino, lotte tra stambecchi, gli ultimi baluardi di avvistamento dei
partigiani, montagne altissime e abissi profondi, un bruco
extraterrestre, il dondolo del rifugio, le salamandre padrone della
cava, la vista sul mare... può valere una strada sbagliata?
Anche quest'anno si
da buca al monte Forato.
Siamo
in 4 come l'anno scorso, con Federico in sostituzione di Simone, che
per evitare cadute di "stile" si è dileguato a Salamanca.
Si carica tutto sul Quasquai e via per Arni, il paese delle cave.
Ema
guida, Fede racconta barzellette, tipo il Bazza che lo invita per
esporre a una mostra, Giacomo grida all'inganno per la durissima vita
da neo babbo che non gli era stata preannunciata, e io, con il solito
cerottone contro il mal di schiena che mi fa camminare piegato come
l'uomo di Neanderthal.
Siamo nel cuore delle montagne bianche, sotto i nostri piedi milioni di tonnellate di marmo da estrarre, che prima o poi finirà.
La
salita, per nulla garbata, inizia subito dal rifugio delle Gobbie, dove
lasciamo la macchina e il barista ci dice: "mi raccomando vedete di
tornare".
Sulla
prima salita, sotto un bosco di faggi, Ema fresco fresco di viaggio a
Colonnata, ci racconta per filo e per segno l'evoluzione dell'estrazione
del marmo, dalla preistoria a oggi. Poi si dilunga sulla qualità e il
valore della pietra bianca, per poi ricordarci l'origine geologica
simile alle Dolomiti e il peso specifico al metro cubo.
Ammaliati dall'oratore perdiamo subito il sentiero e con un certo fiuto ritrovo facilmente.
Un cartello ci indica il passo degli Uncini e
appena arrivati al valico il panorama sulla costa ripaga abbondantemente la prima salitaccia.
Federico
guardando le ripide rocce della vetta, ci dice, "voi siete tutti
matti"... ma facendo i conti con le vertigini e una bimba di 10 anni
che scende dal costone della cima con gran semplicità, decide che si può
fare.Come caprette ci arrampichiamo sulle scaglie aguzze del crinale e
in men che non si dica siamo arrivati sui 1589 del monte Altissimo. Con
sorpresa, notiamo che la vetta è più spaziosa di quello che
immaginavamo.
Il
crocione impiantato sulla sommità secondo Manu si vede dal Lido... e a
riprova, la Viola al telefono mi dice che da Tonfano si vede i nostri
visoni rosa.
Ci
rifocilliamo con una banana in 4 (anche perchè era l'unica pietanza che
avevamo). Poi Giacomo si organizza per la foto di gruppo ingaggiando un
terzetto di escursionisti un po strambo. Parlando con i tre, ci
consigliano di scendere dall'altro versante del monte. Un bel respiro a
360° e su può ripartire, non prima di aver visto Manu che con spirito
olimpionico si diletta nel lancio della buccia di banana. Chissà cosa
avrà pensato di quello spettacolo la poiana che passava di lì...
Si scende dall'altra parte per fare il percorso ad anello e ammirare i fortini dei mitici partigiani.
In
testa alla discesa c'è Giacomo che, concentrato sulla strada, e la
voglia di un pasto, buca uno ad uno tutti gli avvistamenti sul crinale,
veri gioielli della resistenza.
E
mentre Federico
rimugina alla vita che faceva questi poveretti per nascondersi dai
nazifascisti, vede sopra le nostre capocce un branco di caproni
arrampicati su un crinale inaccessibile, saranno una ventina, c'è anche
chi fa ad incornate, su uno strapiombo dove basta un niente per
precipitare nel dirupo. Spettacolo!
Più
in basso si incrocia una coppia che non ritrova la via per scendere
alla cava, ma con il mio solito senso per le vie, imbrocco subito
l'uscita per la strada battuta dalle ruspe del marmo.
Gli unici segni
di vita di tutta la cava vengono da alcune vasche di acqua verde abitate dalle piccole salamandre.
I
complimenti sbocciavano come fiori a primavera :"bravo Andrea, che
bella camminata ci hai fatto fare!" "Bella bella sì!" "Sei stato proprio
bravo!"
Finché
non arriviamo ad un altro bivio che per Giacomo dice chiaramente
"Rifugio le Gobbie h. 0,50", invece secondo il mio fiuto, la direzione
opposta è più veloce, ma ci porterà a fare una strada completamente
fuori dal nostro tracciato, piena di tunnel
scavati nella roccia, bruchi di venti centimetri dai colori acidi, e
decine e decine di minuti persi.
Ed
è quì che si vedono gli amici, i complimenti si trasformano presto in
decine e decine di metri di distacco e polvere da mangiare, per me, che
volevo solo arrivare prima al rifugio.
Mal
di schiena che sale in cattedra, sole allo zenit, che mi fa apparire i
tre in fuga come grossi bruchi radioattivi, troppo lontani da
raggiungere.
Ad
un certo punto, in mezzo ad uno scenario degno de "Le colline hanno gli
occhi", vedo Giacomo che mi aspetta, non per clemenza, ma in preda alle
allucinazioni, e lo sento parlare con una ricetrasmittente del 1944
lanciando messaggi in codice ai partigiani del tipo :"Arni stop -
rifugio stop - Le Gobbie stop -"
In
qualche modo il gruppo si ricompatta, ormai allo stremo e fuori dalla
realtà Fede ha un altra allucinazione, si gira di scatto come il
protagonista de "Le colline hanno gli occhi" e con l'occhio vitreo vede
una montagna tagliata come si taglia una fetta
di cocomero per assaggio.
Con la bava alla bocca, per Manu è un formaggio gigante.
Per
fortuna il rifugio è là sotto e le angosce spariscono come la birra nei
bicchieri, e le gambe si distendono sui dondoli all'ombra dei faggi
secolari.
Andrea